Giovani e volontari alla Scuola del Malato

Relazione tenuta nell’ Auditorium San Paolo dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria, da P. Cesare Rattoballi A.E. dei F.B. Giorno 03.02.2006 in occasione della XIV Giornata Mondiale dell’Ammalato.

Saluto Tutti i fratelli qui  presenti, in particolar modo gli Ammalati, i diversamente abili, il vostro Arcivescovo sua Ecc.za  Mons. Mondello, i relatori che mi hanno preceduto, l’ufficio Diocesano della Pastorale della Salute che mi ha cortesemente invitato insieme all’Opera Pellegrinaggi  F. B. e all’associazione dei Medici AMCI, inoltre saluto la grande famiglia scout degli F.B., i giovani e i volontari.

Il mio pensiero corre subito ad una pagina del Vangelo, perché  l’argomento affidatomi e che affronterò è: “Giovani e volontari alla Scuola del Malato”

Marco 2,1-5 :1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa

2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.

3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone.

4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.

5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

Marco, in questo suo passo, ci precisa che furono quattro le persone che portarono l’infermo dinanzi a Cristo, mentre il vangelo sinottico di Luca 5,18 dice: “Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui.”

Luca 5,17-20 :17 Un giorno sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.

18 Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui.

19 Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza.

20 Veduta la loro fede, disse: «Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi».

Con la citazione di questi passi evangeli, desidero ravvisare in quelle persone o portantini di allora tutti i giovani e volontari di oggi, che letteralmente col proprio corpo e con la propria vita fanno da portantini ai fratelli ammalati o ai diversamente abili. Ma il loro essere portantini non è solo un fatto meramente funzionale, tutto non si riduce a quel gesto del recare l’ammalato, ma esso rivela ben altro, che questa sera desidero far emergere come tesoro.

La Famiglia dei Foulars Bianchi, nasce nel 1926 a Lourdes, perché il Clan Ferraris del nord Italia ( per Clan dobbiamo intendere: un gruppo di ragazzi di età compresa tra i 16 e i 21 anni guidati, da un adulto che fa da capo) andò a svolgere un  servizio nell’ospedale di Saint Frai come volontari.  Alla fine del servizio, durato diversi giorni, loro chiesero alle suore se potevano portarsi via qualcosa come ricordo, per i giorni trascorsi lì in servizio. Le suore risposero che non c’era nulla che potessero portar via come ricordo, ma aggiunsero: “forse l’unica cosa che abbiamo sono delle lenzuola dimesse e logore che dobbiamo buttare via, se li volete, prendete quelle”. I ragazzi presero le lenzuola, e subito diedero ad esse un significato: “tra queste lenzuola hanno dormito i nostri fratelli ammalati che abbiamo servito, questo servizio che abbiamo svolto è stato per noi un esperienza forte, che ci ha dato tanto e che desideriamo rifare. Bene, queste lenzuola ci sosterranno nel cammino di quest’anno!”. Poi, decisero di formare una comunità a servizio degli ammalati, per alleviare le loro sofferenze, una comunità libera da ogni forma di assistenzialismo, che promuova la dignità dei nostri fratelli ammalati; si chiesero allora, quale simbolo potesse rappresentarli. E siccome, ogni gruppo scout porta al collo un fazzoletto con i propri colori. Essi decisero di fare dei fazzoletti con quelle lenzuola bianche, portate via come ricordo. Si chiamarono così Fazzoletti Bianchi, in francese Foulards Blancs.

Alcuni aspetti che desidero evidenziare dei giovani alla scuola dell’Ammalato

 

  1. Le proprie energie a servizio degli altri.                                                                                  I giovani e i volontari nello stare a contatto con gli ammalati o i diversamente abili imparano a condividere e mettere le proprie  energie a servizio degli altri, divenendo così i loro piedi, le loro gambe, le loro braccia, le loro mani, i loro occhi, la loro voce. Queste energie e risorse fisiche non sono disgiunte da quelle morali, culturali e spirituali.

 

  1. Le mani come strumento terapeutico di vita.                                                 I giovani e i volontari da questa scuola comprendono che il loro corpo e le loro mani diventano una realtà fortemente terapeutica. Nei vangeli troviamo l’efficacia delle mani, che Gesù usa molto: ad un lebbroso “Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve.”(Mt 8,3); Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». (Mc 1,41) alla suocera di Pietro: “Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo.” (Mt 8,15); a dei ciechi Gesù: “Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede»”. (Mt 9,29); Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono. (Mt 20,34);E a un sordo muto: “portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua”. (Mc 7,33); come abbiamo visto Gesù frequentemente imponeva le mani: come ancora ci testimonia (Mc 6,5) “E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì.” Avendo citato questi passi evangelici, desidero far comprendere non tanto la guarigione corporale operata da Gesù, importante, ma semplicemente, far emergere che il contatto fisico, trasferisce in chi è toccato comprensione, accettazione, condivisione, in altre parole chi si sente toccato si sente amato, cercato, voluto, pensato, si sente vivo. Gli Ammalati, dal semplice esser toccati e condotti dai giovani, escono così dal proprio isolamento, creando nuove relazione, amicizie, solidarietà e condivisione. Tutto questo, genera una benefica gratificazione negli ammalati e nei volontari. Gli uni percepiscono e vivono un importante relazione che li fa sentire necessari e vitali, mentre gli altri sperimentano fortemente la donazione di se, e da questo mutuo incontrarsi e donarsi, entrambi si sentono realizzati.

 

 

  1. Oltre i limiti fisici.             Attraverso questo servizio ai sofferenti, i giovani e volontari, imparano a guardare ai limiti fisici umani e scoprono che si possono usare altre parti del corpo. Per esempio nei fratelli non udenti si sviluppa molto la comunicazione delle mani attraverso la simbologia, nei non vedenti si sviluppa di più il tatto e l’udito. Ma non sempre è immediata la comunicazione, allora ci si affida alla comprensione del volto, che non è sempre facile. Però, nel tempo si scopre pure che attraverso il volto e lo sguardo si può comunicare molto, e questo spinge a scrutare e a stare attenti al volto dell’altro. Una realtà molto significativa è il sorriso che ci si può scambiare con l’altro, difatti, diventa non solo necessario, ma apre alla fiducia. I sorrisi più interessanti sono quelli di chi non ha voce, o di coloro che dalla malattia hanno avuto il volto deformato. Saperli interpretare è una scommessa con se stessi,  per poter essere utile all’altro, e quando ci si riesce a sintonizzare, la gioia è senza limiti.

 

  1. Le Competenze.                               I Volontari e i giovani per trascorrere il tempo con gli ammalati si specializzano in diverse competenze, apprendono tecniche di recitazione; cercano di conoscere giochi semplici e fantasiosi; imparano passi di danza; studiano strumenti musicali; si aggiornano e apprendono nuovi strumenti tecnologici per comunicare con l’immagine;  queste realtà e altre sono apprese per poter intrattenere l’ammalato o i diversamente abili. Ma altre competenze vengono apprese nel campo della medicina, dalla semplice iniezione a  come trattare i disabili in carrozzella, quando andiamo col treno bianco a Lourdes, specialmente nella carrozza del barellato sono tante le competenze specifiche. Ma ritornando alla realtà di intrattenimento, è bello vedere come nelle recite i volontari coinvolgono gli ammalati, ed è pure spettacolare quando essi fanno danzare i disabili in carrozzella. Mentre per il miglior trasporto degli infermi  in carrozzella,  ai giovani e ai volontari sono venute ottime soluzioni, per non recare loro nessun disagio. Desidero aggiungere altresì, che con noi partono pure dei professionisti volontari, i quali non avendo nessun compenso economico, per aver messo a disposizione le loro specifiche competenze quando ritornano a casa ritornano più gratificati e contenti.    

  

 

  1. La Speranza.                                Tirare fuori l’ammalato e il diversamente abile dalla sua quotidianità e dalla sua casa, in loro crea una speranza, un diversivo che non è alienante,  ma gli offre loro un confronto con gli altri,  che attua contemporaneamente serenità, gioia, fiducia, amicizia, conoscenze varie. Per i volontari e i giovani tutto ciò è una scommessa che richiede impegno , volontà, costanza, che li aiuta a superare se stessi ed aumentare la speranza in un futuro diverso.

 

    

  1. La Sofferenza.                                                                                                                        Nel rapporto con il mondo della sofferenza il giovane impara ad orientarsi nella vita, perché la nostra vita non è solo gioia e spensieratezza. La sofferenza è maestra di  pazienza e sopportazione, impara anche a superare e convivere con le difficoltà. Pur  incontrando e  conoscendo il dolore e la trasformazione fisica del corpo, nonostante tutto questo dall’ammalato si apprende la forza e la gioia della vita.

 

 

  1. Il Sacrificio.

Durante questa meravigliosa impresa il giovane e il volontario si arricchiscono del valore del sacrificio. Difatti, loro impegnano il proprio tempo, le proprie energie, la propria vita e la propria tasca. Tutte queste realtà, ma in particolare la tasca, ci fa pensare alla parabola del Buon Samaritano: “30 Gesù riprese:«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.31 Per caso, un sacerdote scendeva  per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fà lo stesso».”  (Lc 10,30-37).

 

     Questi giovani, per accompagnare gli ammalati a Lourdes si inventano mille lavoretti, per     

      potersi pagare il viaggio e rendere questo servizio,  mettono così la mano alla tasca. Inoltre     

      non si risparmiano ne in fatica, ne in riposo per poterli assistere. Attraverso questo esercizio    

     si addestrano al sacrificio non come realtà da rigettare lontano da loro, ma come via per    

     vivere la vita.

 

  1. L’ abbandono, la fiducia, vetta di spiritualità.                                                     Una realtà sconvolgente che i giovani o i volontari sperimentano, è  l’abbandono totale dell’ammalato nelle loro mani. Per questo ho visto tante volte illuminarsi i loro visi di gioia e i loro cuori riempirsi di una grazia particolare, di una particolare ebbrezza spirituale, quando a Lourdes, alle piscine gli ammalati confidano nelle loro mani e nella forza delle loro braccia ; essi  prendono su di se il corpo , piagato o infermo o diversamente abile del fratello sofferente, e insieme fanno la preghiera a Dio,  alla Vergine, e poi immergono il sofferente nelle acque salutari di Lourdes, in quel momento, lì, si raggiunge una altissima spiritualità e una verissima esperienza indescrivibile.

 

  1. Trasmettere la fede e condividerla . I Giovani e i Volontari imparano a trasmettere la propria fede attraverso la preghiera del Rosario, il canto, la preparazione delle liturgie Eucaristiche e Penitenziali, ben curate anche attraverso segni. L’allestimento di veglie tematiche anch’esse giustamente curate, durante le quali gli ammalati vengono coinvolti direttamente. Vorrei  parlavi di ognuno di queste realtà dette, ma preferisco trattarne solo tre. La  Via Crucis,   viene fatta con meditazioni preparate da loro e allo stesso tempo rappresentate con quadri viventi. La tal cosa, impegna molto i giovani,  i quali riescono a trasmettere bene il messaggio della passione di Cristo agli ammalati. Attraverso questo momento si riesce a comprendere e credere nel meraviglioso sacrificio del Cristo, al quale guardiamo con immenso amore e fiducia. Un altro momento è l’adorazione fatta insieme l’uno accanto all’altro nel silenzio e dinanzi al SS. Sacramento esposto nell’ostensorio. L’ultima  realtà che desidero offrirvi è lo stupore che suscitano questi giovani, in chi ha condiviso con loro questa esperienza,  riuscendo a stare durante la notte, dopo una giornata intensa di fatica davanti alla grotta di Massabielle dove Maria Immacolata è apparsa alla giovanissima Soubiro. La collaborazione di questi giovani e volontari a servizio degli ammalati o diversamente abili, ci fa cogliere il senso della chiesa, ci fa ammirare la fede che è condivisa e nella carità, in questo modo, si da una risposta certa al pianeta della sofferenza.

 

  1. Alta moralità.                                                                                                                             Da loro viene svolta con grandissima delicatezza e integerrima riservatezza e pudore la cura e l’igiene dei fratelli infermi poiché non tutti sono autosufficienti. Qui si sperimenta come loro sono animati da profondissima moralità. 

 

  1. Essere vegliardi.                                                                                                                Alla scuola del malato s’impara la vigilanza, disciplina importante della donazione di se. Perchè di giorno e di notte bisogna vigilare secondo i bisogni dell’ammalato, stare attenti agli orari per somministrargli le medicine. Una vigilanza per  prevenire un eventuale caduta o  un disagio. In questo modo si diventa più paterni e materni. Quando si ritorna a casa l’esperienza non termina ma continua nelle proprie comunità parrocchiali o a servizio degli ospedali cittadini.

 

      Concludendo, credo di avervi narrato la bellezza ed anche la grandezza morale, sociale, spirituale dei giovani e dei volontari alla scuola del Malato. Per me , come credo per tutti voi oggi è molto impegnativo scommettere sulla formazione dei giovani, anzi è urgente ed importante, avviare questa autentica offerta di valori attraverso i quali possiamo creare un futuro diverso e nuovo. Ciò non è solo un sogno ma è realtà. Tutto questo tempra il giovane e il volontario per la vita. Vita non facile ma ardua, combattiva come d’altronde è, differentemente dalla pubblicità, dalla televisione o dal cinema che ci presentano i belli, i perfetti, i quali solo loro possono vivere in questo mondo, mentre per tutti gli altri non c’è spazio. Il treno Scuola degli Scout e dei F. B. aperto anche a  personale al di fuori dell’associazione, offre questa unica e singolare esperienza.

Nel Ringraziarvi per avermi ascoltato, spero di avervi potuto offrire umilmente un contributo per la vostra crescita personale e comunitaria.  Per Tale occasione ho scritto una poesia che vi leggo e che vi dono.

 

Non ce  la faccio più.

 

Chi l’ha voluto,

Chi l’ha procurato,

chi lo deve ereditare, il Dolore!

Perché? Per come?

Per quanto tempo?

Perché esisti?

Dolore, amara realtà!

Sofferenza nel tempo, nella storia,

nel mondo e nell’uomo.

Dolore senza risposta

o assenza di…

“Non ce la faccio più!”

Grido! Grido atavico e

nuovo, quando una risposta?

Chi asciugherà il fiume

di lacrime amare versate?

Chi? Chi? Chihihi ci libererà?

Oh Uomo della Croce,

che con mansuetudine mitezza,

annienti e sbaragli

l’orrore tremendo e persistente

della forza dolente.

Calma e lenisci il mio inferno,

allevialo con la speranza!

Canto nuovo, fontana nuova,

versa l’unguento terapeutico

dell’acqua e del sangue,

fiume di speranza che spegne

l’arsura e guarisce la vita.

  1. Cesare.

 

  Adesso concludo con una preghiera. Una Preghiera che io faccio spesso da anni ed è la seguente : Signore ti  prego per tutti gli ammalati che si trovano in tutti gli ospedali del mondo o che giacciono presso ogni famiglia, per tutti gli operatori sanitari e tutti quelli che li accudiscono, i primi aiutali e alleviali nelle loro sofferenze e ai secondi da forza e luce….Preghiamo insieme e diciamo ascoltaci o Signore. Grazie di cuore a tutti.

  1. Cesare Rattoballi A.E.

Warning: A non-numeric value encountered in /web/htdocs/www.opfb.org/home/wp-content/themes/Newspaper/includes/wp_booster/td_block.php on line 352