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Il Camino di Santiago richiama pellegrini di ogni tempo, sin dall’inizio del IX secolo, quando si diffuse la notizia della scoperta della tomba di San Giacomo, la peregrinazione verso Santiago de Compostela non si è mai interrotta. Il Cammino, con la sua storia, che è innanzitutto una storia di fede, si offre a tutti, a chiunque decida di percorrerlo ed ogni anno sono migliaia le persone che si mettono in cammino sulle tracce di una ricerca interiore.

 Il pellegrino del Medioevo aveva in comune con il viaggiatore moderno la convinzione che certi luoghi abbiano un potere spirituale fuori dal comune, la città di Santiago, dispersa nelle nebbie della Galizia, circondata da foreste e ruscelli in un paesaggio celtico, emanava ed emana ancora un fascino particolare. La strada per Santiago corrispondeva ad una rotta commerciale battuta dai romani; i viandanti l’avevano soprannominata  “la via lattea”.

Era un cammino sotto le stelle, quel pallido braccio della Via Lattea si allungava verso ponente ad indicare il confine del mondo conosciuto: la destinazione Capo Finisterrae. Fin dal tempo della scoperta del sepolcro dell’apostolo, alcuni pellegrini decisero di prolungare il loro pellegrinaggio sino a quell’ultimo lembo di terra conosciuta, la parte più occidentale dell’Europa, la Costa de la  Muerte. L’inquietante nome di Costa della Morte deriva dal fatto che anticamente, nei giorni di tempesta, spesso le navi finivano per sfracellarsi su queste rocce.

L’Europa si è ritrovata così attorno alla memoria di Giacomo ed il pellegrinaggio a Santiago è stato uno di quegli elementi forti che hanno favorito la comprensione reciproca di popoli tanto diversi. Nei secoli si è così costruito un continente omogeneo e spiritualmente unito.

Partire, distaccarsi dai luoghi cari, dagli affetti, mettersi in cammino verso uno scopo, una Terra promessa. Il pellegrino è colui che cerca accettando l’incalcolabile rischio di trovare veramente, Trovare significa non essere più quello che si era prima, è cambiare, morire per poi rinascere.

La strada passo dopo passo scava dentro di noi e riaffiorano i pensieri più profondi, le emozioni  nascoste. Il camminare è una grande occasione di introspezione,  è rimuovere le croste di egoismo e fare un po’ di “pulizia interiore”. Man mano che si procede il Camino si rileva una metafora della vita: specchio di limiti e debolezze, ma anche di forza e di tenacia, luogo di incontri e confronti.

 Nel Camino come nella vita pensi alle gioie alle illusioni alle tue sconfitte, alle salite che non finiscono mai. Nel Camino come nella vita, vuoi arrenderti, talvolta la speranza non ti sostiene e la meta ti appare sempre più lontana,  pensi di mollare tutto ma poi sopraggiunge una forza strana, nuova, inspiegabile, che ti sorprende. La chiamano la fuerza del Camino è lei che pian piano ti trascina di nuovo e ti ritrovi a fare un passo e poi un altro ancora.

La strada ci rende fratelli, pellegrini provenienti da ogni angolo del mondo, di ogni età, ognuno con le sue motivazioni ma accomunati da un unico obiettivo, una meta comune. La strada ci insegna ancora oggi il valore dell’ospitalità, della fratellanza vissuta realmente: condividere un pezzo di pane o un frutto, provare a fare sorridere il proprio compagno di strada quando gli si legge negli occhi un po’ di sconforto legato alla fatica dei chilometri. Fermarsi per strada per riprendere fiato, bere un sorso di acqua, riposare le spalle e le gambe affaticate e trovare poi la voglia e la forza di cantare insieme a squarciagola “ ‘O sole mio” tra lo stupore e la meraviglia dei passanti.

La strada è cercare Dio nelle piccole cose, rinunciare alle cose inutili che appesantiscono la vita e cercare l’essenziale, il nucleo profondo del proprio essere. Volere fotografare ogni angolo di paesaggio per cercare di fermare il tempo e lo spazio e catturare la bellezza, ma la bellezza non si cattura, si contempla.

Le pietre miliari con il simbolo della conchiglia si susseguono ogni cinquecento metri, sono ormai le ultime. Insieme alle frecce gialle sono state il nostro punto di riferimento lungo il cammino, sembra incredibile ma giorno dopo giorno la meta è sempre più vicina ed i chilometri che ci separano da Santiago progressivamente diminuiscono. Siamo agli ultimi cinque, al Monte do Gozo, il monte della gioia, da qui si vede la città che appare ormai a portata di mano, se ne vedono le costruzioni. Poco dopo, il primo cartello “Santiago” è un’emozione incontenibile ma il centro storico dista ancora una mezz’ora di cammino. La città nuova cede gradualmente a quella antica la città di pietra come viene definita, eccola, la Puerta del Camino, finalmente si entra nel centro storico.

I pellegrini arrivano a ritmo incessante, esplode la gioia davanti alla cattedrale, noi siamo frastornati, emozionati, il cuore è in gola…ci separiamo, ognuno ha bisogno di stare solo con se stesso, di vivere questo momento in solitudine.

Il Cammino è compiuto, la paura di non farcela si è sciolta, ora è il tempo della gioia, c’è posto solo per la commozione ed il ringraziamento. Santiago ci rivedremo, non so come e quando ma c’è di certo in tutti il desiderio profondo di ritornare prima o poi, si fa fatica ad andarsene.

L’ultimo giorno decidiamo di passarlo a Finisterrae, piccola cittadina di mare. Il colpo d’occhio sull’oceano è spettacolare ed invita a bagnarsi, ma come non detto, neanche un passo nell’acqua gelida e non resistiamo, meglio restare a prendere un po’ di sole. La spiaggia è formata da una sabbia bianca finissima ed è piena di conchiglie, le raccogliamo per portarle a casa, sono tante e di vari tipi, ci sono anche le cape sante, quelle tipiche dei pellegrini.

Ed ora……”e adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca. Dare un senso alla vita può condurre alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio. E’ una barca che anela al mare eppure lo teme.” (Lee Masters)

 

 

Mirella

Modena, 30 settembre 2007

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